Soror

Aspettarti di nuovo
A quell’angolo di strada

Noiosa agonia
Che t’impegni a regalarmi.

Dirsi addio così
Non ha senso.

Tra sorelle non può esserci che un breve saluto

E per quanto ogni tua vena odia
ogni mia goccia di sangue
Io sarò dietro di te
a vegliare sui tuoi stolti addii,
sulle tue lacrime e sulla tua rabbia
Grigia ed aspra
Come l’asfalto della strada su cui mi condanni ad aspettare.

Non me ne vado.

Buona Festa della Donna! 8 marzo 2013, parole di auguri per voi tutte (o quasi!)

La Donna.

Quella che la mattina fa la muffa ad aspettare quel maledetto treno che dal sobborgo pidocchioso la porta al centro;

Quella si commuove nel vedere un’amica felice;

Quella che sa essere una brava mamma, compagna, sorella, zia, nonna, senza massacrare la sua personalità;

Quella che è stata lasciata, cornificata, maltrattata, sfottuta, derisa, e ha saputo prendersi le sue rivincite, perché si è sempre rialzata;

Quella che nonostante il vento, il freddo, il grigiore, si fa forza ed esce comunque di casa sorridendo;

Quella che lavora, anche quando nessuno riconosce il fatto che quel che fa possa essere considerato un lavoro;

Quella che non vede la sua simile come “quella stronza bastarda più magra di me” con cui deve competere fino a strapparsi i capelli;

Quella che segue le sue passioni anche quando tutti le dicono “ma lascia stare, ma che lo fai a fare…”;

Quella che sa che non deve avere per forza un figlio per esser definita donna;

Quella che pensa che fare la ‘ssoccola, seppure in tailleur (eventualmente davanti ad una telecamera a sparare cazzate cit *tunnel di neutrini* così come esempio totalmente casuale), sia davvero una cosa avvilente per la propria anima;

Quella che insegna alla sua amica a camminare su un tacco 9 quando lei non sa nemmeno camminare su un tacco 1;

Quella che è bella, davvero bella, e pensa di non esserlo abbastanza.

Quella che mi ha fatto da modella anche se sapeva che avevo ed ho ancora tanto da imparare.

Quella che ti pensa sempre e ti manca da morire anche se la senti una volta ogni tre mesi e la vedi forse una volta l’anno.

Quella che non si accontenta.

Quella che spera.

E… Quella che non ha più bisogno degli auguri d’un qualsiasi otto marzo, perché sa già in cuor suo, quant’è forte il suo spirito.

A quella donna lì, auguri!

AMA – to Lunedì – Poesia in vernacolo

Lunedì mattina.
Il principio di una settimana disgustosa.

L’AMA apre le danze. Proprio all’ama, la nettezza urbana di Roma, voglio dedicare una poesia in vernacolo, perché m’ha fatto davvero esaurire.

Se lamentano tutti che a Napoli c’è la monnezza
Io te porterei a Roma invece, a vede l’AMA che pèzza.
Dicono che er colèra è tornato
Perché non tutti i secchioni hanno svotato.
A me, me rode, e pure tanto
Sapé d’avé pagato n’esagerazione
Pé un buco d’abitazione
E poi de lunedì mattina, er pianto
da sola, davanti alla buca delle lettere
manco fossi annata ar camposanto
a vede sta busta loro, giallo rossa, senza carattere

che me dice: “Ao nun hai pagato la bolletta”
A monnezzari non me prendete per culo
perché io sì che ve ce manno affan….

Io le bollette tutte te l’ho pagate
e pure care me so costate

E me viè da pensà che er còre loro
De quelli dietro ai vetri de li sportelli
Ce pigliano gusto a facce a brandelli
io già me sento che mòro

Io dentro a’n secchione li manderei in vacanza
Così ché addosso gli rimane sta fragranza

bella bella e profumata
Che se la risentono da soli, dietro alla loro vetrata.
Che quanno camminano per strada li vedi da lontano
E li potemo indicà cor dito: “ecco mo ce tormentano!”
e aggiunge
“Non v’è bastato? arifateve n’artra vacanza”

Solo per me.

La libertà di un gesto
Girovago delle anime
Roteante lo scrittore cerca
Sotto il sole
Sotto torrida pioggia
In terre oniriche
Ed in promesse Soffuse

Il Verbo

Pneuma del mondo e dell’esistenza
Pronuncia soave
Menzogne di zucchero
in lingue antiche.

Se è felice di esser ciò che non sà?
è segreto;
niente è dato rivelare
poiché il vero mondo
la vera luce
risiede nelle infinite e vaste vampe di bianche nuvole
e vividi venti
tra le valli e gli altopiani della sua anima.

Dunque, soliloqui.
Dunque, incomprensione sia.

Affonderò ancora

in silenzio

in pace

le mie mani nella neve

le mia labbra nell’acqua del torrente tra le rocce
e bacerò le pietre

e poserò la mia testa sul sangue
quello del ricordo… di quelli che hanno lasciato il sangue della loro vita
per farmi ricordare. Per farmi piangere.

Io sono cielo
e onde
e tramonto
e fredda fiamma
rovente acqua.

Sono tutto e niente

Sono donna
madre, amante e sorella

Tieni per te, uomo,
le tue grigie bugie.
Stasera non ascolterò altro se non la Natura
Quella che tu salassi con i metalli e le polveri
e le scie nere.

Tornerò poi

Ma ora, io sogno
e riposo nelle fosse subacquee
tra meduse di luce ed echi di pinne
sotto riverberi opachi.

Creazione I Atto poetico contemporaneo.

La poesia
E’ stata convocata stanotte
Su uno strano patibolo.

“Cos’ha da dichiarare?” chiede un giudice in giacca e cravatta. Serio, osserva il ticchettìo dell’orologio. Sbuffa e guarda la poesia starsene lì ferma, abbastanza basita. 

“Perché mi trovo qui? Questo è un patibolo? di cosa sono colpevole, di cosa mi accusate?” chiede la poesia, con un tono incerto.

“Senta qui le domande le facciamo noi, lei non ha capito in che condizione si trova… quindi risponda alle mie domande e finiamola con questa pagliacciata” risponde seccato l’uomo. *tictactic…tac… tic… TAC…*

“Io? da dichiarare? Io non ho NIENTE da dichiarare!? non ho fatto niente, io!” la poesia urla, sentendosi minacciata.

“Ecco, siamo giunti subito al punto. Bene, bene! temevo sarebbe stata una notte interminabile!Ahhh… non c’è tempo, ma forse non ne abbiamo sprecato altro… bene quindi io conclud…” viene interrotto dalla poesia: 

“Ma guardi che bella faccia tosta che ha lei!!! Mi sveglia nel cuore della notte, mi porta qui, mi accusa, a malapena dico una frase e lei già fà per andarsene!!! bella faccia tosta, ma come si permette!?!? LEI è UN CAFONE” intona la poesia seria… guardandolo negli occhi.

“Io sono il giudice, io sono il tempo, io sono struttura. Ovvio che lei non capisce di cosa sto parlando. Sono anni ed anni, decenni e lumi che io e lei non abbiamo nulla da spartire, cara mia. Lei fa tanto la voce grossa… ma parliamo chiaro e tondo: A LEI NON SE LA CAGA NESSUNO!!! quindi finiamo questa farsa una volta per tutte! e che diamine!” risponde a tono l’uomo. 

Poesia: “AAAAAH… allora qualcuno rosica qui, eh? eh? Il Blank verse è tutt’…”
Giudice: “Non ti azzardare!!! non ci provare!!! non menzionarlo neppure brutta…”
Poesia: “Bella faccia tosta che hai… anzi, lo sai che ti dico???”
Giudice: “Dimmi dimmi… No ti prego… “illuminami””
Poesia: “Brutto pezzo di merda! rosicone e cafone”
Giudice: “Aaaaah eccola, eccola la soave brezza contemporanea, ti supplico, oh musa, inebriami di tali versi sino a farmi…. vomitare.”
Poesia: “Ok… ok forse sto esagerando…. senti… è questa storia del patibolo, sai… insomma lo so che la situazione è pessima. Siam mica ciechi, no? però ecco insomma mi ci hai portato tu qui… quindi…”
Giudice: “Eh no. E’ qui che ti sbagli.”
Poesia: “Eh?”
Giudice: “Eh, guardati intorno.”
Poesia: “Non c’è nessuno qui. Siamo solo io e te. Ti pare? se ci fosse stato qualcuno non saremmo stati di certo così scurrili no? chissà avremmo duellato a suon di rime baciate?”
Giudice: “Ma fammi il piacere, quel tipo di rime ormai se ne sono andate! Guarda bene in fondo a questa tetra sala. La giù in fondo c’è la sagoma d’una donna.”
Poesia: “Per tutti gli inutili premi mai creati su questo pianeta! si la vedo ora; ha la testa posata in terra e gli occhi aperti… credi che… insomma credi che lei ci stesse ascoltando? ha l’aria così triste. Non riesco neppure a capire se sta dormendo o meno.”
Giudice: ” Ma non lo vedi? E’ lei che ci ha convocati qui. E’ lei che ti ha messo su questo patibolo, è lei che mi ha posto qui, dinnanzi a te… chissà per quale motivo.”
Poesia: “forse dovremmo andare da lei. Forse … se le parlassimo, ci libererebbe da queste catene… forse ci lascerebbe andare.”

Il giudice annuisce. Insieme alla Poesia scendono dal patibolo e si addentrano in questa sala nera e vuota in direzione della donna.  La donna è giovane, eppure appare stanca. E’ stranamente immobile, quasi come una statua. La poesia e il giudice avanzano lenti, titubanti, quasi spaventati. La donna non proferisce parola.

Poesia: “Forse è una statua? forse…”
Giudice: “No… tu… tu che ci hai portati qui… chi sei? come ti chiami?”
Donna: “Mi chiamo Greta.”
Poesia: “e perché sei qui?”
Donna: “perché non ho altro luogo dove andare. Io sono un derelitto. io sono fuori da qualsiasi calcolo. Io sono sola. il mondo in cui abito è cieco e vede in me l’inutilità, la stranezza… io li ricambio… e quel che rimane è un’insormontabile incomunicabilità.”
Poesia e Giudice si guardano perplessi. si siedono accanto alla donna, pensierosi e tristi al medesimo tempo. La donna prosegue: “tutti parlano senza pensare. Era bello, un tempo, che qualcuno scrivesse qualcosa che facesse pensare più di quanto venisse detto…. oggi tutti parlano tutti scrivono tutti fanno… tutti pensano… tutti sono tutto. Mentre io mi sento niente. Loro dicono di scrivere, di pensare, di capire. lo fanno con arroganza, lo fanno senza leggere. Lo fanno gli ignoranti, lo fanno gli esibizionisti… insomma io vorrei dire qualcosa, ma in fin dei conti… vi guardo e capisco che siamo rimasti solo noi tre. ”

“Beh ma almeno toglici le catene, no?” mentre dice ciò, la poesia si rende conto di non aver più le catene intorno ai polsi e alle caviglie. Lo stesso vale per il giudice. La donna li guarda, accennando ad un sorriso. “Ecco vedete?” allunga i polsi mostrando pesantissime catene serrate intorno ai polsi, al collo e alle caviglie… la poesia si rattrista guardando quell’immagine tetra e solitaria… “Oh… mi viene in mente una poesia di Prévert…. pour toi, mon amour…” dice la donna… “ora siete liberi. Lo siete sempre stati. Sono io che vi ho rilegato a me, perché mi sentivo sola, terribilmente sola… ”

Poesia e giudice si rimettono in piedi, tentando di fare alzare la donna… “Si… la conosciamo…

Pour toi mon amour

 

Je suis allé au marché aux oiseaux
Et j'ai acheté des oiseaux
Pour toi
Mon amour
Je suis allé au marché aux fleurs
Et j'ai acheté des fleurs
Pour toi
Mon amour
Je suis allé au marché à la ferraille
Et j'ai acheté des chaînes
De lourdes chaînes
Pour toi
Mon amour
Et je suis allé au marché aux esclaves
Et je t'ai cherchée
Mais je ne t'ai pas trouvée
Mon amour
Jacque Prévert

Quando finirono di recitarla… la donna si accorse che… beh che le catena si era fatte più piccole. “Andate, ora” disse loro “andate… e tornate da me liberi. Anche se nessuno ci ascolterà… resteremo noi tre… e anche se io non sono niente… ricorderemo le parole di coloro che sono stati tutto, per le nostre anime”.

Ferma

Ferma.
Io sono ferma.

Un palo di ferro
Che attende la ruggine.

Una lacrima che non vuol scendere.
Sono ferma.
Contro ogni regola della natura.
Contro ogni regola della produttività.

Immobile Dolmen.
Ferma e seduta, chiusa in un fastfood.
Con le vetrate fredde.
Una scatola di vetro fonoassorbente.
Mastico Immobile.

Vetri e negozi
Passanti e sigarette.
Sono un dipinto contemporaneo
A malapena qualcuno si accorge di me.

Resto ferma.
Sono immobile.
Mentre fisso i manichini ruotanti
Indossare vestiti inutili.

Fumo stantìo mi galleggia in testa
Come i pensieri che vorrei avere e che non ho.

Io sono ferma e sola.
Non posso essere niente.
Sono grande, senziente.
Eppure così inutile e ferma.

Scritta adesso. Pensata oggi mentre pranzavo.
Se vi piace, come al solito commentate.

Copyright Greta M. Margherita