Creazione I Atto poetico contemporaneo.

La poesia
E’ stata convocata stanotte
Su uno strano patibolo.

“Cos’ha da dichiarare?” chiede un giudice in giacca e cravatta. Serio, osserva il ticchettìo dell’orologio. Sbuffa e guarda la poesia starsene lì ferma, abbastanza basita. 

“Perché mi trovo qui? Questo è un patibolo? di cosa sono colpevole, di cosa mi accusate?” chiede la poesia, con un tono incerto.

“Senta qui le domande le facciamo noi, lei non ha capito in che condizione si trova… quindi risponda alle mie domande e finiamola con questa pagliacciata” risponde seccato l’uomo. *tictactic…tac… tic… TAC…*

“Io? da dichiarare? Io non ho NIENTE da dichiarare!? non ho fatto niente, io!” la poesia urla, sentendosi minacciata.

“Ecco, siamo giunti subito al punto. Bene, bene! temevo sarebbe stata una notte interminabile!Ahhh… non c’è tempo, ma forse non ne abbiamo sprecato altro… bene quindi io conclud…” viene interrotto dalla poesia: 

“Ma guardi che bella faccia tosta che ha lei!!! Mi sveglia nel cuore della notte, mi porta qui, mi accusa, a malapena dico una frase e lei già fà per andarsene!!! bella faccia tosta, ma come si permette!?!? LEI è UN CAFONE” intona la poesia seria… guardandolo negli occhi.

“Io sono il giudice, io sono il tempo, io sono struttura. Ovvio che lei non capisce di cosa sto parlando. Sono anni ed anni, decenni e lumi che io e lei non abbiamo nulla da spartire, cara mia. Lei fa tanto la voce grossa… ma parliamo chiaro e tondo: A LEI NON SE LA CAGA NESSUNO!!! quindi finiamo questa farsa una volta per tutte! e che diamine!” risponde a tono l’uomo. 

Poesia: “AAAAAH… allora qualcuno rosica qui, eh? eh? Il Blank verse è tutt’…”
Giudice: “Non ti azzardare!!! non ci provare!!! non menzionarlo neppure brutta…”
Poesia: “Bella faccia tosta che hai… anzi, lo sai che ti dico???”
Giudice: “Dimmi dimmi… No ti prego… “illuminami””
Poesia: “Brutto pezzo di merda! rosicone e cafone”
Giudice: “Aaaaah eccola, eccola la soave brezza contemporanea, ti supplico, oh musa, inebriami di tali versi sino a farmi…. vomitare.”
Poesia: “Ok… ok forse sto esagerando…. senti… è questa storia del patibolo, sai… insomma lo so che la situazione è pessima. Siam mica ciechi, no? però ecco insomma mi ci hai portato tu qui… quindi…”
Giudice: “Eh no. E’ qui che ti sbagli.”
Poesia: “Eh?”
Giudice: “Eh, guardati intorno.”
Poesia: “Non c’è nessuno qui. Siamo solo io e te. Ti pare? se ci fosse stato qualcuno non saremmo stati di certo così scurrili no? chissà avremmo duellato a suon di rime baciate?”
Giudice: “Ma fammi il piacere, quel tipo di rime ormai se ne sono andate! Guarda bene in fondo a questa tetra sala. La giù in fondo c’è la sagoma d’una donna.”
Poesia: “Per tutti gli inutili premi mai creati su questo pianeta! si la vedo ora; ha la testa posata in terra e gli occhi aperti… credi che… insomma credi che lei ci stesse ascoltando? ha l’aria così triste. Non riesco neppure a capire se sta dormendo o meno.”
Giudice: ” Ma non lo vedi? E’ lei che ci ha convocati qui. E’ lei che ti ha messo su questo patibolo, è lei che mi ha posto qui, dinnanzi a te… chissà per quale motivo.”
Poesia: “forse dovremmo andare da lei. Forse … se le parlassimo, ci libererebbe da queste catene… forse ci lascerebbe andare.”

Il giudice annuisce. Insieme alla Poesia scendono dal patibolo e si addentrano in questa sala nera e vuota in direzione della donna.  La donna è giovane, eppure appare stanca. E’ stranamente immobile, quasi come una statua. La poesia e il giudice avanzano lenti, titubanti, quasi spaventati. La donna non proferisce parola.

Poesia: “Forse è una statua? forse…”
Giudice: “No… tu… tu che ci hai portati qui… chi sei? come ti chiami?”
Donna: “Mi chiamo Greta.”
Poesia: “e perché sei qui?”
Donna: “perché non ho altro luogo dove andare. Io sono un derelitto. io sono fuori da qualsiasi calcolo. Io sono sola. il mondo in cui abito è cieco e vede in me l’inutilità, la stranezza… io li ricambio… e quel che rimane è un’insormontabile incomunicabilità.”
Poesia e Giudice si guardano perplessi. si siedono accanto alla donna, pensierosi e tristi al medesimo tempo. La donna prosegue: “tutti parlano senza pensare. Era bello, un tempo, che qualcuno scrivesse qualcosa che facesse pensare più di quanto venisse detto…. oggi tutti parlano tutti scrivono tutti fanno… tutti pensano… tutti sono tutto. Mentre io mi sento niente. Loro dicono di scrivere, di pensare, di capire. lo fanno con arroganza, lo fanno senza leggere. Lo fanno gli ignoranti, lo fanno gli esibizionisti… insomma io vorrei dire qualcosa, ma in fin dei conti… vi guardo e capisco che siamo rimasti solo noi tre. ”

“Beh ma almeno toglici le catene, no?” mentre dice ciò, la poesia si rende conto di non aver più le catene intorno ai polsi e alle caviglie. Lo stesso vale per il giudice. La donna li guarda, accennando ad un sorriso. “Ecco vedete?” allunga i polsi mostrando pesantissime catene serrate intorno ai polsi, al collo e alle caviglie… la poesia si rattrista guardando quell’immagine tetra e solitaria… “Oh… mi viene in mente una poesia di Prévert…. pour toi, mon amour…” dice la donna… “ora siete liberi. Lo siete sempre stati. Sono io che vi ho rilegato a me, perché mi sentivo sola, terribilmente sola… ”

Poesia e giudice si rimettono in piedi, tentando di fare alzare la donna… “Si… la conosciamo…

Pour toi mon amour

 

Je suis allé au marché aux oiseaux
Et j'ai acheté des oiseaux
Pour toi
Mon amour
Je suis allé au marché aux fleurs
Et j'ai acheté des fleurs
Pour toi
Mon amour
Je suis allé au marché à la ferraille
Et j'ai acheté des chaînes
De lourdes chaînes
Pour toi
Mon amour
Et je suis allé au marché aux esclaves
Et je t'ai cherchée
Mais je ne t'ai pas trouvée
Mon amour
Jacque Prévert

Quando finirono di recitarla… la donna si accorse che… beh che le catena si era fatte più piccole. “Andate, ora” disse loro “andate… e tornate da me liberi. Anche se nessuno ci ascolterà… resteremo noi tre… e anche se io non sono niente… ricorderemo le parole di coloro che sono stati tutto, per le nostre anime”.

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