Silenzio Condiviso

Legato ad un supermercato.

Sono appesa al palo della fermata dell’autobus. Ma passano solo macchine con una sola persona a bordo. è tutta entropia, confusione, privazione di senso. Devo scegliere. Ormai sono interi minuti compatti, pesanti come pietre, in cui l’attesa si fa esasperante, eterea, epidemica. E quando da ragazzino di dicono di “non perdere il treno”, “non perdere quell’autobus”, perchè “arriverai in ritardo, perderai l’occasione”, “perdere un maledetto mezzo di trasporto ti farà perdere l’occasione della tua vita”. Accompagnata da Lou, decido di perdermi tutto. Autobus ritardo occasioni, futuro. Scelgo: me ne vado, a piedi, con Lou. Mi sembra di dormire da millenni, non riesco a ragionare, pensare, osservare. Il mio essere, anima di carne, è saturo di smarrimento, di istanti non vissuti, di colori squagliati e indefiniti e nella disperazione rido.

Cosa mi potrebbe risvegliare, esisto senza vivere?

Tutte le pagine dei libri che ho accarezzato, su cui ho versato lacrime, dubbi, tutti i volti che ho incrociato, e le note che ho suonato… dove vanno? Mi fermo, mi appoggio ad un muro. Uno zingaro si ferma vicino a me, iniziando a suonare un violino, con le corde sporche, usurato. Vorrei ascoltare la musica che mi racconti i posti che ha visto, ma mi suona “o sole mio”. Me ne vado. Poco dopo mi ferma un grande uomo mulatto. Mi blocca la strada e mi dice che sono bellissima. Lo ringrazio e gli chiedo di farmi passare. Lui baratta il lasciarmi andare avanti con il mio numero di telefono. Gli dico di no e gli chiedo di nuovo di farmi passare, lui mi dice che sono razzista e mi lascia passare. Non sono razzista. Volevo solo andare avanti, con Lou.

Davanti ad una vetrina vedo una donna di circa cinquanta anni specchiarsi. Aveva un foulard leopardato, i capelli tinti di biondo, tante rughe intorno alla bocca, quelle rughe che vengono a chi non ha mai sorriso col cuore. Si stava sistemando il rossetto rosso intorno alle sue labbra decrepite. Con l’altra mano si stringeva addosso il bauletto di Louis Vitton, o come si chiama, e le sue gambe ondulavano su scomodi grandi tacchi neri. Tra me e lei passa un barbone con la casa in un carrello del supermercato. Ironia Pirandelliana davanti ai miei occhi. Così, in mezzo alla strada… ma non mi viene proprio da ridere.

Entro nel supermercato. Il macellaio dice che ho la pelle di una bambola, bianca come la neve, e mi fa lo sconto. Non sono sicura di voler mangiare della carne. Delle signore mi squadrano dalla testa ai piedi. Lou smette di raccontarmi quello che aveva da dirmi. Tra scritte rosse, verdi, gialle, arancioni, scatole rosee, violacee, verdastre… mi sale l’overdose. Overdose di pubblicità, overdose di messaggi subliminali. Vado in cassa, titubando. E poi lì, davanti a me, c’è quel bambino. Quel piccolo Bambino di otto, nove anni. Aveva gli occhi simili ai miei, pietre dell’anima. I capelli del mio stesso colore, quel biondo indefinito… la pelle di avorio e qualche lentiggine sul nasino. Uno scricciolo alto tre mele. Le nostre quattro pupille si osservano condividendo strani dolori. Avrei voluto sapere il suo nome, accarezzargli la guancia. Sapevo che la mia mano sarebbe stata più calda della sua guancia. Mi guarda e non mi sorride, neppure io sorrido. Eravamo entrambi troppo tristi nell’animo per sorriderci. Inizia a parlare con la sua mamma, che nel frattempo mi guardava e sorrideva melanconicamente. Lei era più triste di me e lui messi insieme.
Bambino: Mamma, sei stanca, lascia fare a me, spostati. Lo sistemo io il cestino.
Madre: No, non sono stanca. Aspetta che prendo i soldi.
Bambino: si che sei stanca… lo so…i soldi… servono i soldi sempre, per sopravvivere… ma quanta fatica, vero Mamma? Sono tanta fatica…
(Il bambino mette sul nastro nero della cassa un pacco di bottiglie di acqua frizzante e dei biscotti ciociari) Quanta fatica per mangiare… sei stanca, mamma.
Madre: si un pochino, tesoro. (apre un piccolo portafoglio e prende tutte le monete che ha)
Bambino: Dalli a me, mamma, pago io, con i tuoi soldi, che tu sei stanca… e io sono il più forte tra i due. Papà sarebbe quello più forte. Ma sta in un altro paese.
Madre: Si (gli dà i soldi)
Bambino: Ecco qui signora (alla cassiera) – Che dici mamma, ci serve una busta?
Madre: No
Bambino: Già, sarebbe 10 centesimi per una busta, possiamo fare a meno. La vita è dura.
La Madre prova un terribile senso di vergogna nel sentire suo figlio dire questo. Lo so, vedevo i suoi pensieri nei suoi occhi. Vedevo il rimorso dell’infanzia che non poteva dargli, delle incolmabili mancanze. Ci guardiamo. Ci doniamo a vicenda silenziosi sorrisi straziati da una indescrivibile disillusione. Non accarezzo la guancia di quel bambino, eppure lo faccio, con un frammento della mia anima.

16 anni fa, in un supermercato di Rue Berger, nel 1er arrondissement, a Parigi, una ragazzina aveva fatto lo stesso identico discorso alla madre, davanti ad una cassa. Con una persona che osservava silenziosa.

Sono felice di non aver preso quell’autobus e felice, straziata dalla consapevolezza di comprendere quello scricciolo altro tre mele.

Sono felice di aver perso quell’autobus, che forse ancora non è passato. Anche se fosse, volontariamente lo perderei.

 

 

E poi Lou si è rimesso a cantare.

 

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