Un nuovo secolo di dannazione

Non avrei voluto scriverlo qui. Ed è ancora paradossale che io lo faccia. Eppure non ho molti posti dove andare. Dove appoggiare la testa e chiudere gli occhi, senza dovermi preoccupare del mondo circostante. Ma questo angolo di web è ormai abbandonato credo. Ed io allora mi appoggio quà, senza pensare troppo. Senza domandarmi se sto facendo bene o meno. Virginia Woolf aveva ragione a dire che la vita era un susseguirsi irregolare di luci diafane. Oggi, proprio oggi, è un giorno di confessioni per me. E non le faccio a te, che forse stai leggendo. Le faccio a me stessa, senza appoggiarmi a quel ripetitivo gioco di specchi in cui mi nascondo nell’insoddisfazione quotidiana. Alfred De Musset ha scritto “Le confessioni di un figlio del secolo”. Opera meravigliosa. E poi nelle sue poesie mi dice “sono nato troppo tardi, in un modo troppo vecchio”. Ma mio caro Alfred, posso giurarti che sbagliavi. Non avevi considerato i tuoi posteri. Quando scrivevi, nella notte fonda, assopito nella tua insonnia, ti dimenticavi di me. Non mi hai nemmeno mai immaginata, temo. Tu non potevi sapere che l’allucinazione che ti ha tormentato in quel bosco di notte, sarebbe stata per noi, per i tuoi posteri, una scarna realtà.

Mi rivolgo ora a te, Alfred, che mi ascolti dal cimitero del Père Lachaise, perché so che forse, e non so perché, mi potresti capire. Sono certa, nel più profondo di me, che se ci fossimo incontrati, avresti cambiato idea su noi donne. Ma non te ne faccio una colpa. Ci hai dato volti bellissimi, ci hai fatto diventare archetipi sacri. Non ti porto rancore.

Le mal du siècle. Il male del secolo. Ne sono afflitta. Ogni tua riga scritta non è altro che la diagnosi della mia malattia. Anche io provengo da una generazione pallida, priva di forze, come la tua. Capisci cosa ti sto dicendo, Alfred. Ho quasi le lacrime agli occhi nel confessarti, a mia volta, che in duecento anni non abbiamo curato questa malattia. Ci sono state due guerre mondiali tra me e te. Dovresti saperlo, avrai udito i bombardieri passare sulla capitale. Sono morte così tante persone, mio caro. Ne muoiono oggi così tante, nonostante la nostra implementazione tecnologica, la ricerca medica.

Ma se tu fossi esistito oggi, non avrebbero comunque potuto curarti. Anche io amico mio, resto incurabile. Sto esaurendo tutti i miei risparmi passando da un dottore all’altro. Prelevano il mio sangue, lo smembrano e lo analizzano. E poi  ancora altri dottori, ancora altre analisi. E poi analizzare il cervello… lastre TAC e altri esami, sempre. Pare proprio che la mia mente stia distruggendo il mio corpo. Proprio come facesti tu.

Chissà se un giorno troverò risposte. So solo che la mia salute è sempre più debole. Mi sento una bambola di vetro, con il cuore rinchiuso in una scatola di metallo.

Non voglio che il mondo mi veda come una malata. Non voglio che gli altri provino compassione per me. Che siano tutti più gentili solo perché le mie disfunzioni fisiche stanno peggiorando. Ti farei vedere la faccia delle analisi che ho ritirato oggi. Mi domando cosa mi diresti. Forse resteresti in silenzio, semplicemente.

Ho scritto la mia tesi su di te. Ti penso spesso. Vorrei lasciare nel cassetto della letteratura, in questo mondo marcio, qualcosa. Come facesti tu. Ma più passa il tempo, più mi domando se ne sarò in grado. Più il tempo passa, più i miei dubbi si rafforzano. Vorrei che qualcuno mi aiuti, avrei voluto la fede, mi avrebbe aiutata. E invece, come spesso accade, non so proprio dove posare la testa, chiudere gli occhi, per restare in silenzio.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s